Nel giorno del trentennale dell'esecuzione della pena capitale per due militanti del FdG in quel di via acca larenzia, i Nostri trovano la prima, grande vittoria del 2008: a tavolino, non a tavola (dove stravincono ormai da anni), ma pur sempre di vittoria si tratta.
Tre punti in cascina che fanno bene al morale e al molare, visto che la mancanza del terzo tempo ha allontanato il ricorso degli eroi del TM al solito bombolone extra-zuccherato per edulcorare le delusioni pedatorie.
Cosa dire degli avversari: è bastato paventare lo scontro, per vederli riparare il ciabattine e pigiamino sotto le coperte, e con la luce accesa per giunta.
Aspettiamo di incontrarli sul rettangolo di gioco, certi che, con una settimana di preparazione nelle gambe, saranno rendersi più competitivi di quanto sarebbero stati al ritorno da un lungo periodo con mammà.
Riguardo gli atleti del TM, come al solito non giocheranno lunedì prossimo, ma ci saranno invece i vecchi leoni, spennacchiati, imbolsiti, incartapecoriti e, talvolta, imbalsamati, ma combattivi e mai rinunciatari, nemmeno quando le speranze sono ridotte al lumicino o spente del tutto, sempre pronti al sacrificio per la Vittoria!
Che lo spettacolo cominci!
martedì 8 gennaio 2008
sabato 5 gennaio 2008
2008 FEROCE
Il tempo non passa mai invano. Le feste, il natale, le grandi abboffate al tavolo di capodanno sono per gli ignavi, i pavidi, gli uomini senza scopo. La falange agli ordini del coach, SICURAMENTE, non ha perso tempo durante la pausa a rovinare la propria forma con zamponi e cotechini. Tutto il tempo è stato utilizzato nel migliore dei modi. Di seguito il risultato di un lungo durissimo esercizio per la stimolazione dei riflessi svolto nella notte della vigilia.
Detto questo, siamo pronti a cominciare l’anno con lo spirito con cui è finito il precedente: marziale, all’impronta del sacrificio per i propri compagni di missione, per nulla interessati ai piaceri della tavola.
A questo proposito, mi rimetto tosto e pronto a disposizione del coach, annunciando un terzo tempo spartano già pronto, e ampiamente apprezzato nell’anno che fu. Basta avere degli avversari, e la degna conclusione è già pronta.
A questo proposito, mi rimetto tosto e pronto a disposizione del coach, annunciando un terzo tempo spartano già pronto, e ampiamente apprezzato nell’anno che fu. Basta avere degli avversari, e la degna conclusione è già pronta.
Pronti alla pugna? Canarini, non nascondetevi nella gabbia, si ricomincia!!!!
mercoledì 19 dicembre 2007
FESTEGGIATE GENTE!
festeggiate canarini, festeggiate oggi, domani e dopodomani e tutti i giorni fino alla fine del perfido 2007
nel 2008 tornaneranno i lupi...
buon anno, neamici vicini e lontani!
nel 2008 tornaneranno i lupi...
buon anno, neamici vicini e lontani!
martedì 18 dicembre 2007
'Nnatale, canarini
Siccome per un po' ce li siamo tolti dalle palle, e per fortuna non ci lavoro insieme fino alla vigilia, volevo salutare i finanzierotti tutti, quelli interi, quelli rotti, quelli italiani, quelli napoletani e di altri paesi remoti dell'emisfero australe, ballerine fraciche, sedicenti maghi del pallone, addirittura gli juventini, ringraziandoli per l'impegno con il quale tentano di tenerci in forma, e la costanza con la quale contengono il nostro ego, che altrimenti ci renderebbe pressoché insopportabili. Dall'anno prossimo, le sorti gireranno, i vostri coglioni pure e la finanza perderà la sua creatività, fino al ritorno del mentore Tremonti in cabina di pilotaggio. Ma questa è un'altra storia. Per ora, un grosso augurio di buone feste. Magnate, ingrassate e intorpiditevi di fronte al camino, campioncini d'inverno. Il vostro acerrimo amico, Serusuke
merricristmasèndèppiniuiar
Partita rigorosamente natalizia del Teatro, che domina, ma poi si fa insifonare come al solito. Formazione standard per i Nostri, quindi fortemente rimaneggiata. Chi ha i soliti problemi di peso, chi ha i soliti problemi di piedi, chi ha i soliti problemi di peso e piedi. I loro non si impietosiscono e schiaffano una decina di gol nel gargarozzo del Teatro: c'è chi dice 10 (Bruno) c'è chi dice 11 (Lorenzo), c'è chi dice 12 (il Coach). E comunque so sempre tanti.
4 per i nostri (2 Sergio, Luca e Vasco, che colpisce 2 pali) che non tirano su il morale per niente.
Clamorose le dichiarazioni nello spogliatoio, quando i Nostri, dopo aver fornito la solita prestazione del Cazzo, si beano chi delle proprie capacità atletiche, chi della tecnica ritrovata... Tutti bravi, e anfatti è stata una partita facile, per loro...
Pagellone
Bebo: Corre come un pazzo e si danna l'anima. Un pò impreciso sottoporta ma dopo una prestazione del genere possiamo anche passare sopra a questo piccolo particolare. 7,5
Leo: Corre come un pazzo e si danna l'anima (come al solito). Il più tecnico del Tatro. Un pò impreciso sottoporta ma dopo una prestazione del genere possiamo anche passare sopra a questo particolare. Bene. 7,5
Luca: Corre come un pazzo e si danna l'anima nonostante antibiotici e febbre. Mezzo voto in più perchè vomita a metà partita, dimostrando che la trippa prima del match non è il rinvigorente adatto al calcetto. 8
Sergio: Corre come un pazzo e si danna l'anima nonostante sia notoriamente frocio. Tecnicissimo. Non gli sfugge mai l'uomo, finalmente. Infallibile cecchino. 4 voti in più per torta rustica ai porri e provola affumicata e cotechino con lenticchie (per tacer del panettone con squaglio de cioccolata). 12
Vasco: Si danna l'anima (con la solita sequela di bestemmioni). Corre? Cor cazzo. La vera pippa del dream team (nel senso che ogni squadra sogna di incontrare un team rivale così). 1
P.S.
Buon Hannukah, me stavo a dimenticà (che fa pure rima).
4 per i nostri (2 Sergio, Luca e Vasco, che colpisce 2 pali) che non tirano su il morale per niente.
Clamorose le dichiarazioni nello spogliatoio, quando i Nostri, dopo aver fornito la solita prestazione del Cazzo, si beano chi delle proprie capacità atletiche, chi della tecnica ritrovata... Tutti bravi, e anfatti è stata una partita facile, per loro...
Pagellone
Bebo: Corre come un pazzo e si danna l'anima. Un pò impreciso sottoporta ma dopo una prestazione del genere possiamo anche passare sopra a questo piccolo particolare. 7,5
Leo: Corre come un pazzo e si danna l'anima (come al solito). Il più tecnico del Tatro. Un pò impreciso sottoporta ma dopo una prestazione del genere possiamo anche passare sopra a questo particolare. Bene. 7,5
Luca: Corre come un pazzo e si danna l'anima nonostante antibiotici e febbre. Mezzo voto in più perchè vomita a metà partita, dimostrando che la trippa prima del match non è il rinvigorente adatto al calcetto. 8
Sergio: Corre come un pazzo e si danna l'anima nonostante sia notoriamente frocio. Tecnicissimo. Non gli sfugge mai l'uomo, finalmente. Infallibile cecchino. 4 voti in più per torta rustica ai porri e provola affumicata e cotechino con lenticchie (per tacer del panettone con squaglio de cioccolata). 12
Vasco: Si danna l'anima (con la solita sequela di bestemmioni). Corre? Cor cazzo. La vera pippa del dream team (nel senso che ogni squadra sogna di incontrare un team rivale così). 1
P.S.
Buon Hannukah, me stavo a dimenticà (che fa pure rima).
venerdì 14 dicembre 2007
giovedì 13 dicembre 2007
lunedi scorso
Di calcio, calcetto e calciotto non vi parlerò, perché senza di me, l’unico vero Capitano, non si riesce a cavar fuori una partita: e questo la dice lunga…
Era, lunedì scorso, il mio secondo anniversario di nozze, bagnato.
E’ tradizione, oramai, che Giove pluvio palesi la sua forza in questa fausta data: alcuni di voi ricorderanno quale splendida giornata fosse il 10 dicembre 2005, mentre lo scorso anno, per non lasciare spazio a dubbi, io e mia moglie ce ne andammo a Londra, notoriamente città dal clima mite, e lì ci raggiunse com’è ovvio il re degli dei.
Un carissimo amico, del quale nel seguito capirete perché celo l’identità, con gesto davvero gradito, si è fatto in quattro per prenotarmi un tavolo in un buon ristorante, mediante un suo carissimo amico il quale, ovviamente, non fa il ristoratore ma conosce molto bene, diciamo che è un amico, del maitre di questo ristorante: insomma, la solita cosa all’italiana, l’amico dell’amico dell’amico (manca soltanto il “ueh, paisà!”).
Questo il prologo.
Il posticino si trova in una zona facile e veloce da raggiungere, quartiere borghese; arrivo in dieci minuti e, bonus per il ristorante, trovo subito parcheggio. Ha smesso di piovere: miracolo, bonus per Giove pluvio, perché mia moglie ha le scarpe nuove, col tacchetto fine, e l’acqua, oltre alla suola, avrebbe rovinato la serata; invece, fantastico!
Sono un briciolo preoccupato, perché considerato il quartiere, il rischio è di trovarsi in uno di quei posti, sai quei posti, quelli lì…
Apro la porta d’ingresso e, come galateo impone, precedo il coniuge: e faccio bene, perché mi viene immediatamente incontro il solerte maitre, al quale sciorino la mia prenotazione: lui mi dà immediatamente del tu, ho conferma che l’amico dell’amico è veramente amico; si è raccomandato di trattarci bene, dice. Ci accompagna al nostro tavolo e prende in consegna i nostri soprabiti, senza darci la volgare ricevutina con il numerino che ha dato agli altri avventori per lo stesso servizio: noi siamo speciali, ci manda l’amico dell’amico dell’amico…
Mi guardo intorno: l’ambiente, per dirla calcisticamente (è comunque lunedì e io resto sempre il capitano del TM), è liftato, con luci basse, boiserie, tovaglie linde, fiori e candele sul tavolo, musica in sottofondo; pochi clienti, meglio, saremo serviti con più attenzione.
Si parte in quarta: prosecco rosé e cocktail di scampi, all’antipasto ci pensa lui, il maitre, niente crudi per favore, niente primo, ho trentotto anni bisogna tenersi leggeri per migliorare la performance, a seguire un’orata al profumo di agrumi per lei, filetti di spigola ai carciofi per me, scelgo una ribolla gialla del 2003, aromatica e asciutta ma non troppo.
Semplicemente sublime la carta musica, o pane carasau, che ci viene offerta accanto al cestino del pane, condita con un olio fine e odoroso: avrebbe meritato una cena tutta per sé.
Inizia una cavalcata di sapori: spuma di pistacchio con merluzzo, millefoglie di melanzane con tonno, scampi alla catalana, moscardini in frittura, zuppetta di tonno; è finito l’antipasto, per fortuna, insieme a più di metà della bottiglia, ahinoi!
Qualche minuto di riposo e si passa al main course: l’orata è favolosa, la spigola non le è da meno.
Sono immerso nel trascendente, vivo l’estasi della papilla gustativa, sto avendo l’incontro ravvicinato con il penultimo boccone di delizia, ma…. accade qualcosa ….
Mentre la forchetta porta quel frammento di felicità verso la mia bocca, avverto aprirsi la porta d’ingresso del ristorante e, un attimo dopo, sento la voce del mio amico maitre: “Buonasera, Presidente”.
Mi corre un brivido lungo la schiena che arriva fino alla mano; con uno sforzo straordinario riesco a tenerla ferma e a portare a termine l’azione, serro le labbra, mastico con attenzione, senza alzare la testa. Deglutisco. Non posso più rinviare, alzo il capo: avevo avuto anche Giove pluvio dalla mia parte, ma porca miseria!
Non ho il minimo dubbio, è lui, non proprio Lui, ma lui: ma quanti presidenti c’abbiamo in questo paese? ma questo di che cosa è, oppure è stato, presidente? Ah, già! È presidente dei senatori azzurri, lui, Renato Schifani in persona!
Uno come quello, dico io, può presentarsi in un ristorante qualsiasi? Può rovinare così, di punto in bianco, una cena a due persone per bene?
Soprattutto, se il maitre è così in confidenza col Presidente ed è amico dell’amico dell’amico, che razza di amico è il mio amico? che posti frequenta? che gente frequenta?
Con questi dubbi cruciali passo ai dolci: tortino di cioccolato fondente, millefoglie con crema chantilly e frutti di bosco, mini seadas, dolcetti al cocco, ciliegie ricoperte di cioccolato, il tutto bagnato con mirto, limoncello e. volendo, grappa.
Oramai, però, la serata è distrutta, che ricominci a piovere, oppure no, fa lo stesso….
Era, lunedì scorso, il mio secondo anniversario di nozze, bagnato.
E’ tradizione, oramai, che Giove pluvio palesi la sua forza in questa fausta data: alcuni di voi ricorderanno quale splendida giornata fosse il 10 dicembre 2005, mentre lo scorso anno, per non lasciare spazio a dubbi, io e mia moglie ce ne andammo a Londra, notoriamente città dal clima mite, e lì ci raggiunse com’è ovvio il re degli dei.
Un carissimo amico, del quale nel seguito capirete perché celo l’identità, con gesto davvero gradito, si è fatto in quattro per prenotarmi un tavolo in un buon ristorante, mediante un suo carissimo amico il quale, ovviamente, non fa il ristoratore ma conosce molto bene, diciamo che è un amico, del maitre di questo ristorante: insomma, la solita cosa all’italiana, l’amico dell’amico dell’amico (manca soltanto il “ueh, paisà!”).
Questo il prologo.
Il posticino si trova in una zona facile e veloce da raggiungere, quartiere borghese; arrivo in dieci minuti e, bonus per il ristorante, trovo subito parcheggio. Ha smesso di piovere: miracolo, bonus per Giove pluvio, perché mia moglie ha le scarpe nuove, col tacchetto fine, e l’acqua, oltre alla suola, avrebbe rovinato la serata; invece, fantastico!
Sono un briciolo preoccupato, perché considerato il quartiere, il rischio è di trovarsi in uno di quei posti, sai quei posti, quelli lì…
Apro la porta d’ingresso e, come galateo impone, precedo il coniuge: e faccio bene, perché mi viene immediatamente incontro il solerte maitre, al quale sciorino la mia prenotazione: lui mi dà immediatamente del tu, ho conferma che l’amico dell’amico è veramente amico; si è raccomandato di trattarci bene, dice. Ci accompagna al nostro tavolo e prende in consegna i nostri soprabiti, senza darci la volgare ricevutina con il numerino che ha dato agli altri avventori per lo stesso servizio: noi siamo speciali, ci manda l’amico dell’amico dell’amico…
Mi guardo intorno: l’ambiente, per dirla calcisticamente (è comunque lunedì e io resto sempre il capitano del TM), è liftato, con luci basse, boiserie, tovaglie linde, fiori e candele sul tavolo, musica in sottofondo; pochi clienti, meglio, saremo serviti con più attenzione.
Si parte in quarta: prosecco rosé e cocktail di scampi, all’antipasto ci pensa lui, il maitre, niente crudi per favore, niente primo, ho trentotto anni bisogna tenersi leggeri per migliorare la performance, a seguire un’orata al profumo di agrumi per lei, filetti di spigola ai carciofi per me, scelgo una ribolla gialla del 2003, aromatica e asciutta ma non troppo.
Semplicemente sublime la carta musica, o pane carasau, che ci viene offerta accanto al cestino del pane, condita con un olio fine e odoroso: avrebbe meritato una cena tutta per sé.
Inizia una cavalcata di sapori: spuma di pistacchio con merluzzo, millefoglie di melanzane con tonno, scampi alla catalana, moscardini in frittura, zuppetta di tonno; è finito l’antipasto, per fortuna, insieme a più di metà della bottiglia, ahinoi!
Qualche minuto di riposo e si passa al main course: l’orata è favolosa, la spigola non le è da meno.
Sono immerso nel trascendente, vivo l’estasi della papilla gustativa, sto avendo l’incontro ravvicinato con il penultimo boccone di delizia, ma…. accade qualcosa ….
Mentre la forchetta porta quel frammento di felicità verso la mia bocca, avverto aprirsi la porta d’ingresso del ristorante e, un attimo dopo, sento la voce del mio amico maitre: “Buonasera, Presidente”.
Mi corre un brivido lungo la schiena che arriva fino alla mano; con uno sforzo straordinario riesco a tenerla ferma e a portare a termine l’azione, serro le labbra, mastico con attenzione, senza alzare la testa. Deglutisco. Non posso più rinviare, alzo il capo: avevo avuto anche Giove pluvio dalla mia parte, ma porca miseria!
Non ho il minimo dubbio, è lui, non proprio Lui, ma lui: ma quanti presidenti c’abbiamo in questo paese? ma questo di che cosa è, oppure è stato, presidente? Ah, già! È presidente dei senatori azzurri, lui, Renato Schifani in persona!
Uno come quello, dico io, può presentarsi in un ristorante qualsiasi? Può rovinare così, di punto in bianco, una cena a due persone per bene?
Soprattutto, se il maitre è così in confidenza col Presidente ed è amico dell’amico dell’amico, che razza di amico è il mio amico? che posti frequenta? che gente frequenta?
Con questi dubbi cruciali passo ai dolci: tortino di cioccolato fondente, millefoglie con crema chantilly e frutti di bosco, mini seadas, dolcetti al cocco, ciliegie ricoperte di cioccolato, il tutto bagnato con mirto, limoncello e. volendo, grappa.
Oramai, però, la serata è distrutta, che ricominci a piovere, oppure no, fa lo stesso….
mercoledì 12 dicembre 2007
Undisputed (non come Ricky Hutton, quindi)
Sono già 2 settimane che non perdiamo, e il Teatro mira giustamente a concludere l'anno in bellezza.
La prossima settimana il Capitano dovrebbe riprendere il suo posto (no, non lì un pò più avanti... ecco... lì...) ed il Team tutto italiano (non come i canarini che sò tutti oriundi italo-napoletani) a dettare (la) legge.
Al momento i convocati sarebbero i soliti:
Bebo (C)
Sergio
Vasco
Leo
Luca
Il solito mix di tecnica ed esperienza (e magari uno che corre, ma senza tecnica, e non faccio nomi) che alcuni reputano frusto e superato, ma che funziona sempre (e poi non c'avemo alternative, quelli forti non ci vogliono giocare con noi).
Rimarrebbe da analizzare la questione che il Prof. Em. Calisto Lami-Fava chiama, nel numero scorso di "Medical, psichiatry and sport on tv" della cosiddetta "coach dependency"...
La dipendenza (spiego per i più duri), cioè, di un team dal leader naturale, e che si estrinseca in un particolare frangente: quando al "capo" nasce un figlio/a.
Il Prof. Lami-Fava ha evidenziato, infatti, (e per questo studio ha ricevuto il "golden walrus" dell'università di Palo Alto) come nei membri (che vengono appellati "sub-umani" nel documento scientifico) , all'atto del parto si scateni una morbosa gelosia che li porta a simulare malori e/o a tralasciare l'agone, defilandosi dietro non meglio specificati impegni familiari e/o di lavoro.
Questo comportamento (che evidenzierebbe anche una chiara omosessualità latente) viene per l'appunto definito "coach dependency".
Vi consiglio di procurarvi questa importante pubblicazione; dovrebbe chiarirvi anche i motivi del plebiscito alle primarie del Teatro Municipal, dove il Coach ha ottenuto il giusto consenso, nonostante due piglianc.. membri del nostro team abbiano stretto accordi con il nemico per farsi votare.
Non potendo soprassedere a questo evidente vizio di forma, ho riportato il suffragio verso il suo giusto esito.
La prossima settimana il Capitano dovrebbe riprendere il suo posto (no, non lì un pò più avanti... ecco... lì...) ed il Team tutto italiano (non come i canarini che sò tutti oriundi italo-napoletani) a dettare (la) legge.
Al momento i convocati sarebbero i soliti:
Bebo (C)
Sergio
Vasco
Leo
Luca
Il solito mix di tecnica ed esperienza (e magari uno che corre, ma senza tecnica, e non faccio nomi) che alcuni reputano frusto e superato, ma che funziona sempre (e poi non c'avemo alternative, quelli forti non ci vogliono giocare con noi).
Rimarrebbe da analizzare la questione che il Prof. Em. Calisto Lami-Fava chiama, nel numero scorso di "Medical, psichiatry and sport on tv" della cosiddetta "coach dependency"...
La dipendenza (spiego per i più duri), cioè, di un team dal leader naturale, e che si estrinseca in un particolare frangente: quando al "capo" nasce un figlio/a.
Il Prof. Lami-Fava ha evidenziato, infatti, (e per questo studio ha ricevuto il "golden walrus" dell'università di Palo Alto) come nei membri (che vengono appellati "sub-umani" nel documento scientifico) , all'atto del parto si scateni una morbosa gelosia che li porta a simulare malori e/o a tralasciare l'agone, defilandosi dietro non meglio specificati impegni familiari e/o di lavoro.
Questo comportamento (che evidenzierebbe anche una chiara omosessualità latente) viene per l'appunto definito "coach dependency".
Vi consiglio di procurarvi questa importante pubblicazione; dovrebbe chiarirvi anche i motivi del plebiscito alle primarie del Teatro Municipal, dove il Coach ha ottenuto il giusto consenso, nonostante due piglianc.. membri del nostro team abbiano stretto accordi con il nemico per farsi votare.
Non potendo soprassedere a questo evidente vizio di forma, ho riportato il suffragio verso il suo giusto esito.
venerdì 7 dicembre 2007
Convocazioni e considerazioni
Iniziamo con le convocazioni...
Dato che Bebo ha comunicato la sua indisponibilità, urge rincalzo di qualità: ho chiesto al vecchio zoppo che chiede l'elemosina al semaforo, ma ha detto che lunedì sera ha un appuntamento con il suo consulente finanziario.
Michele non si è ancora fatto sentire (ma voci di corridoio me lo danno ancora in cura).
Al momento saremmo:
Sergio (c).... e non aggiungo altro
Vasco
Leo
Luca
Mr. X (che potrebbe essere un Bebo redivivo, o Ivano, o Umberto, ma mi sa che sarà indisponibile pure lui, o anche il vecchio zoppo, se salta l'impegno con il consulente).
Per quanto riguarda l'umore del blog, mi sembra che il morale dopo la batosta di due settimane fa sia basso (e questo nonostante la confortante vittoria per 3 a 0 a tavolino nel turno successivo).
Mi sembra sempre più chiaro come il nostro amatissimo team sia Coach-Dipendente.
L'assenza forzata del Sommo Stratega, infatti, oltre a portare alla sconfitta più dolorosa della storia teatrale, ha sgonfiato anche i polmoni (mentre le palle erano già state sgonfiate a forza di seghe, maledetti) dei Nostri, che non hanno nemmeno più la forza di urlare sul blog la loro rabbia.
Anche il grintoso Leo è stato ridotto al silenzio dai Canarini Mannari (per quanto mi si dice che in campo ha ripetutamente smoccolato, tentando di emulare il Coach).
Vediamo se la partita di lunedì sarà salvifica (o salvi-fica).
Ci vuole morale, miei sottoposti... Morale e grinta. E se magari se azzeccasse uno stop ogni tanto saremmo competitivi a tutti i livelli.
Coraggio...
Dato che Bebo ha comunicato la sua indisponibilità, urge rincalzo di qualità: ho chiesto al vecchio zoppo che chiede l'elemosina al semaforo, ma ha detto che lunedì sera ha un appuntamento con il suo consulente finanziario.
Michele non si è ancora fatto sentire (ma voci di corridoio me lo danno ancora in cura).
Al momento saremmo:
Sergio (c).... e non aggiungo altro
Vasco
Leo
Luca
Mr. X (che potrebbe essere un Bebo redivivo, o Ivano, o Umberto, ma mi sa che sarà indisponibile pure lui, o anche il vecchio zoppo, se salta l'impegno con il consulente).
Per quanto riguarda l'umore del blog, mi sembra che il morale dopo la batosta di due settimane fa sia basso (e questo nonostante la confortante vittoria per 3 a 0 a tavolino nel turno successivo).
Mi sembra sempre più chiaro come il nostro amatissimo team sia Coach-Dipendente.
L'assenza forzata del Sommo Stratega, infatti, oltre a portare alla sconfitta più dolorosa della storia teatrale, ha sgonfiato anche i polmoni (mentre le palle erano già state sgonfiate a forza di seghe, maledetti) dei Nostri, che non hanno nemmeno più la forza di urlare sul blog la loro rabbia.
Anche il grintoso Leo è stato ridotto al silenzio dai Canarini Mannari (per quanto mi si dice che in campo ha ripetutamente smoccolato, tentando di emulare il Coach).
Vediamo se la partita di lunedì sarà salvifica (o salvi-fica).
Ci vuole morale, miei sottoposti... Morale e grinta. E se magari se azzeccasse uno stop ogni tanto saremmo competitivi a tutti i livelli.
Coraggio...
lunedì 3 dicembre 2007
Ndò siete?
Appena hanno saputo che il Coach aveva in mente di schierare il top team (Bebo, Vasco, Leo, Luca e Sergio) sti quattro canarini se so dati (adducendo motivazioni der cazzo).
E' facile fà 12 goals al Teatro senza Coach... venite mò...
V'aspetto al centro der campo a petto 'nfori.
Avete ancora mezz'ora de tempo, poi sarete ufficialmente additati al pubblico ludibrio. Qualunque cosa sia.
E' facile fà 12 goals al Teatro senza Coach... venite mò...
V'aspetto al centro der campo a petto 'nfori.
Avete ancora mezz'ora de tempo, poi sarete ufficialmente additati al pubblico ludibrio. Qualunque cosa sia.
giovedì 29 novembre 2007
Sveglia!!!
Il Grande Padre del Teatro Municipal grida stentoreo...
12 a 1...
Mi sento come Sacchi che osserva basito le brigate bianconere che stuprano Baresi e C nell'indimenticabile Milan-Juve 1-6.
Ah manica de froci!!! (Poteva mancare???)
Non posso tollerare questo lassismo. Lunedì torno e sistemo le cose.
Ho finito.
lunedì 26 novembre 2007
per voi miscredenti
Questo è un personale e modestissimo presente a chi ancora crede che a football non si possa giocare come a rugby.
Lo so, nun c'entra n cazzo! Vi mollo con il consueto "tanto perdete!", sono certo che non mi smentirete.
Lo so, nun c'entra n cazzo! Vi mollo con il consueto "tanto perdete!", sono certo che non mi smentirete.
venerdì 23 novembre 2007
Pantheon del TM
torna la rubrica che traccia il profilo dei padri nobili del nightmare team
sarebbe banale presentare l'odierno personaggio con una sintetica scheda anagrafica: i più attenti cultori della materia potranno, tra le righe di questo suo scritto (tagliato per esigenze redazionali, vale a dire per evitare la censura di qualche trifolazebedei), carpire l'identità del Nostro
"Il vino che sorride
Io guardo le mie colline e ne sorseggio sovente il vino per non dubitare dei miei maestri. (…) Penso intenerito ai padri ligustini in viaggio verso occidente dalle stesse colline dove ha preso terra Noè, inventore del mosto; ai padri galli con la testa piatta; e alla propaganda romana che vorrebbe darla a intendere sulle esportazioni di viti in Europa. (…)
L'amico oltrepadano di mio padre ha già fatto vendemmia. (…) Tra poco nella sua casa di Canneto mangeremo salame trasudante lievissimo untume da fette precise e compatte; ravioli galleggianti nel brodo che occhieggia verde-oro grasso di cappone e biancostato; manzo brasato odoroso di aglio e di tenere cipolline; grana di Lodi con la goccia; uva verderea; dolce di pasta frolla. Sotto di noi, al ritorno, le rade luci della sera tremolanti nella pianura che ormai biancheggia di nebbia. E là prima solenne inciuccatura con gli anziani: ho dunque avuto un'altra promozione. (...)
Quando emigri, hai spesso nostalgia di mandorlati pieni rotondi, dai quali ti risvegli senz'aver cerchi alla testa; di moscati con pane e salame che anticipano la scoperta più raffinata ma piuttosto facile dei Sauternes con i patés. Se rientri al paese dirimpetto alle colline, idealizzi a tua volta il vin finu di Zeno Bergamaschi e Pipìn Brambilla, che è così pieno da allagarti le papille con strane sensazioni di acini vellutati di cera.(…)
Orgoglio d'un uomo è bere e capire sempre quel che si faccia, non solo bevendo. Prima attraversi a nuoto il Po traditore e la tribù ti promuove a vir in potenza. Ma sarai vero uomo se saprai bere mantenendo costantemente il cervello a pelo di brentina. Gino Agnelli, poeta, ti insegna a tradurre il pavese in italiano esaurendo poderosi "volumi" di Redavalle. Alla terza damigiana ci sarebbe già l'editore. Puoi anche dispensare consigli, allora. Maneggia la bottiglia con la circospezione di chi sposti un bucchero prezioso. Investi il cameriere con i tuoi stessi quarti di nobiltà ma troppo ignorante per sapere che una bottiglia di vino non è un'aranciata né una birra; che non si versa facendola glugluare, ma lentamente, così che non abbiano a sollevarsi le feci posate sul fondo. Impedisci a chiunque di riempirti il bicchiere rimasto a mezzo dopo l'ultima mescita: non vale dire che, tanto, è lo stesso vino: ogni bottiglia infatti ha una sua anima. Da come tratta la bottiglia, prima e durante la mescita, induci la cultura enoica del tuo ospite. Molta gente crede che bastino i quattrini per bere bene: si può bere anche male con vino ottimo, benché sia assiomatico e inevitabile il bere male con vino cattivo.
Risiedi a lungo in Francia e scopri l'organizzazione, la quale non può essere inciviltà. (…) Essi fanno il vino con una tecnica insigne: spinta all'eccesso, lo priva tuttavia del suo carattere più sincero. Quando la tecnica di vinificazione è eccessiva, hai l'impressione, bevendo, di baciare una donna troppo truccata: sempre donna è, ma forse andrebbe meglio al naturale. Comunque, non esageriamo: una Venere priva di tecnica e di pulizia può disgustarti, così come ti può attirare una racchietta che almeno sia brava e pulita.
Impari in Francia che il sommelier è un'istituzione in decadenza ma ancora viva. (…) Scopri che cambiar vino non è un pericolo, bensì una necessità se non proprio un dovere. (…) Si cambia qualità di vino per ogni cibo: agli antipasti, bianco secco freddo; per certi patés (terrines maison) buono anche il bianco con una vena di dolce, come l'hanno i bordolesi. E qui ricordo con orgoglio pane, salame e moscato delle mie colline (…).
Sul pesce e sui frutti di mare, ancora bianco. Sulle rane -piatto forte pavese- bianco secco se sono fritte, barbacarlo o barbera se sono in guazzetto. Sulle lumache alla bourguignonne, nessuno ti vieta di preferire il rosso allo chablis o al pouilly; sulle lumache in guazzetto, come si fanno da noi, lascia dire i cerebrali e bevi rosso: polenta e vino bianco sono di accostamento difficile, a meno che non si tratti di Cinque Terre (…).
Sulla carne, vino rosso e mai freddo. Qualcuno ostenta di pasteggiare a champagne: se ti accorgi che lo fa per strabiliare, digli che sa di turacciolo: non si merita altro.
Non ti formalizzare ai nomi né alle etichette: meglio un onesto plebeo di un nobile degenerato. Così, non spasimare sugli anni di cantina: certe solenni sturate sanno di liturgia e meritano rispetto: ma il vino, come le donne, è buono all'età giusta.
I francesi parlano di parfum per i bianchi e di bouquet per i rossi. Non siamo tanto pignoli: diciamo che un vino è profumato, che ha un aroma, se ce l'ha. I cugini dicono anche chaud d'un vino forte, alto di gradazione; complet di un vino che ha tutti i requisiti del suo standard; dur di un vino duro, senza velluto, che manca di moelleux, di morbidezza; enveloppé, involuto, per dire che scappa in bocca, non ha corpo, non è rotondo né pieno; frais, cioè fresco, quando vi è armonia fra tenore alcolico, acidità ed estratto (componenti tannici, salini, sospensioni fecali ecc.); fruité, d'un vino che sa veramente di uva; sec. secco, detto dei bianchi; vert, acerbo, che allega i denti.
Noi definiamo i vini con gli stessi aggettivi e con qualche altro, come pulito, fluido, liscio, razzente, amaro, abboccato, vivo, molle, spento, maturo, giusto, focoso, vellutato, denso, pesante, dotato anzi affetto di retrogusti, compatto, sincero...
Si capisce che si può bere anche senz'avere precisa cognizione di tutto questo: ma allora non si ha nemmeno il merito degli animali, che si dissetano bevendo gratuita acqua. E chi beve per mero vizio di gola o con fini distorti, subito lo vedi: gluglueggia con l'epiglottide come le bottiglie mal inclinate alla mescita: per delicato e nobile che sia, il vino se lo pompa come un oscena, birra: e si nutre di quello come potrebbe un amante della poesia mandando a memoria una composizione in lingua sconosciuta: i soli suoni non bastano: e così le sorsate.
Il vino va odorato con un lieve moto circolare del bicchiere, che lo arrubini e appanni prima di ricomporsi. Poi lo si accosta lentamente alle labbra e si alza in modo che la lingua ne sia ragionevolmente bagnata: papille gustative, terminazioni nervose delle gengive e delle guance, palato, retrobocca danno la misura del gusto, dell'acidità, del vigore e di tutte le doti o difetti che ho enumerato più sopra. Ma quando si sia definita la classe del vino, allora non bisogna indugiare troppo. Le ingenue ragazzole che centellinano sorso a sorso lo champagne, trattenendolo in bocca al punto da annegare le papille, quelle sono le più facili a perdere la tramontana. Il bere deve essere lento e continuo, quasi a formare sulla minor porzione di lingua un ruscelletto fluido e costante: meno si spande per la bocca e meno i vino ubriaca. Per contro, i bevitori ingordi si sborniano grossolanamente; ubriacarsi è quasi sempre disdicevole; inebbriarsi può essere bello ma è ben presto vietato agli abitudinari; bere, senza affogare il cervello è piacere sottile e raro, da veri specialisti.
Tutto questo ho imparato girando il mondo e soltanto il mio fegato può trovarci a ridire. (…).
Riconosco ad esempio che molte nostre vigne potrebbero dare di meglio: però in materia di rossi. I nostri bianchi sono qui per essere provati: in Italia hanno forse raggiunto lo standard più alto. (…)
Sul rosso ho idee altrettanto perentorie: si faccia migliore il buono e si lasci correre in pipeline verso Milano il rozzo pinard di coloro che, poveracci, bevono anche per nutrirsi. (…)
I francesi, che hanno saputo organizzarsi prima, impongono l'appellation controlée ai vini di certa classe. E tutto il resto chiamano genericamente pinard o beaujolais, che da noi, in Lombardia, sarebbe il nostrano o addirittura il "trani". Anche dei nostri vini dovremmo controllare il tono e la marca, e andarne a cercare i nomi antichi, senza più ricorrere a prestiti artificiosi. L'abbiano portata i migratori del cielo o della terra, la vite cresceva da noi otto secoli prima che i romani si affacciassero in Val Padana. Se può bastare questo a darci il diritto di essere noi stessi vediamo di non regalare nulla a nessuno, magari illudendoci di prendergli qualcosa!
pensate sia necessario aggiungere altro?
sarebbe banale presentare l'odierno personaggio con una sintetica scheda anagrafica: i più attenti cultori della materia potranno, tra le righe di questo suo scritto (tagliato per esigenze redazionali, vale a dire per evitare la censura di qualche trifolazebedei), carpire l'identità del Nostro
"Il vino che sorride
Io guardo le mie colline e ne sorseggio sovente il vino per non dubitare dei miei maestri. (…) Penso intenerito ai padri ligustini in viaggio verso occidente dalle stesse colline dove ha preso terra Noè, inventore del mosto; ai padri galli con la testa piatta; e alla propaganda romana che vorrebbe darla a intendere sulle esportazioni di viti in Europa. (…)
L'amico oltrepadano di mio padre ha già fatto vendemmia. (…) Tra poco nella sua casa di Canneto mangeremo salame trasudante lievissimo untume da fette precise e compatte; ravioli galleggianti nel brodo che occhieggia verde-oro grasso di cappone e biancostato; manzo brasato odoroso di aglio e di tenere cipolline; grana di Lodi con la goccia; uva verderea; dolce di pasta frolla. Sotto di noi, al ritorno, le rade luci della sera tremolanti nella pianura che ormai biancheggia di nebbia. E là prima solenne inciuccatura con gli anziani: ho dunque avuto un'altra promozione. (...)
Quando emigri, hai spesso nostalgia di mandorlati pieni rotondi, dai quali ti risvegli senz'aver cerchi alla testa; di moscati con pane e salame che anticipano la scoperta più raffinata ma piuttosto facile dei Sauternes con i patés. Se rientri al paese dirimpetto alle colline, idealizzi a tua volta il vin finu di Zeno Bergamaschi e Pipìn Brambilla, che è così pieno da allagarti le papille con strane sensazioni di acini vellutati di cera.(…)
Orgoglio d'un uomo è bere e capire sempre quel che si faccia, non solo bevendo. Prima attraversi a nuoto il Po traditore e la tribù ti promuove a vir in potenza. Ma sarai vero uomo se saprai bere mantenendo costantemente il cervello a pelo di brentina. Gino Agnelli, poeta, ti insegna a tradurre il pavese in italiano esaurendo poderosi "volumi" di Redavalle. Alla terza damigiana ci sarebbe già l'editore. Puoi anche dispensare consigli, allora. Maneggia la bottiglia con la circospezione di chi sposti un bucchero prezioso. Investi il cameriere con i tuoi stessi quarti di nobiltà ma troppo ignorante per sapere che una bottiglia di vino non è un'aranciata né una birra; che non si versa facendola glugluare, ma lentamente, così che non abbiano a sollevarsi le feci posate sul fondo. Impedisci a chiunque di riempirti il bicchiere rimasto a mezzo dopo l'ultima mescita: non vale dire che, tanto, è lo stesso vino: ogni bottiglia infatti ha una sua anima. Da come tratta la bottiglia, prima e durante la mescita, induci la cultura enoica del tuo ospite. Molta gente crede che bastino i quattrini per bere bene: si può bere anche male con vino ottimo, benché sia assiomatico e inevitabile il bere male con vino cattivo.
Risiedi a lungo in Francia e scopri l'organizzazione, la quale non può essere inciviltà. (…) Essi fanno il vino con una tecnica insigne: spinta all'eccesso, lo priva tuttavia del suo carattere più sincero. Quando la tecnica di vinificazione è eccessiva, hai l'impressione, bevendo, di baciare una donna troppo truccata: sempre donna è, ma forse andrebbe meglio al naturale. Comunque, non esageriamo: una Venere priva di tecnica e di pulizia può disgustarti, così come ti può attirare una racchietta che almeno sia brava e pulita.
Impari in Francia che il sommelier è un'istituzione in decadenza ma ancora viva. (…) Scopri che cambiar vino non è un pericolo, bensì una necessità se non proprio un dovere. (…) Si cambia qualità di vino per ogni cibo: agli antipasti, bianco secco freddo; per certi patés (terrines maison) buono anche il bianco con una vena di dolce, come l'hanno i bordolesi. E qui ricordo con orgoglio pane, salame e moscato delle mie colline (…).
Sul pesce e sui frutti di mare, ancora bianco. Sulle rane -piatto forte pavese- bianco secco se sono fritte, barbacarlo o barbera se sono in guazzetto. Sulle lumache alla bourguignonne, nessuno ti vieta di preferire il rosso allo chablis o al pouilly; sulle lumache in guazzetto, come si fanno da noi, lascia dire i cerebrali e bevi rosso: polenta e vino bianco sono di accostamento difficile, a meno che non si tratti di Cinque Terre (…).
Sulla carne, vino rosso e mai freddo. Qualcuno ostenta di pasteggiare a champagne: se ti accorgi che lo fa per strabiliare, digli che sa di turacciolo: non si merita altro.
Non ti formalizzare ai nomi né alle etichette: meglio un onesto plebeo di un nobile degenerato. Così, non spasimare sugli anni di cantina: certe solenni sturate sanno di liturgia e meritano rispetto: ma il vino, come le donne, è buono all'età giusta.
I francesi parlano di parfum per i bianchi e di bouquet per i rossi. Non siamo tanto pignoli: diciamo che un vino è profumato, che ha un aroma, se ce l'ha. I cugini dicono anche chaud d'un vino forte, alto di gradazione; complet di un vino che ha tutti i requisiti del suo standard; dur di un vino duro, senza velluto, che manca di moelleux, di morbidezza; enveloppé, involuto, per dire che scappa in bocca, non ha corpo, non è rotondo né pieno; frais, cioè fresco, quando vi è armonia fra tenore alcolico, acidità ed estratto (componenti tannici, salini, sospensioni fecali ecc.); fruité, d'un vino che sa veramente di uva; sec. secco, detto dei bianchi; vert, acerbo, che allega i denti.
Noi definiamo i vini con gli stessi aggettivi e con qualche altro, come pulito, fluido, liscio, razzente, amaro, abboccato, vivo, molle, spento, maturo, giusto, focoso, vellutato, denso, pesante, dotato anzi affetto di retrogusti, compatto, sincero...
Si capisce che si può bere anche senz'avere precisa cognizione di tutto questo: ma allora non si ha nemmeno il merito degli animali, che si dissetano bevendo gratuita acqua. E chi beve per mero vizio di gola o con fini distorti, subito lo vedi: gluglueggia con l'epiglottide come le bottiglie mal inclinate alla mescita: per delicato e nobile che sia, il vino se lo pompa come un oscena, birra: e si nutre di quello come potrebbe un amante della poesia mandando a memoria una composizione in lingua sconosciuta: i soli suoni non bastano: e così le sorsate.
Il vino va odorato con un lieve moto circolare del bicchiere, che lo arrubini e appanni prima di ricomporsi. Poi lo si accosta lentamente alle labbra e si alza in modo che la lingua ne sia ragionevolmente bagnata: papille gustative, terminazioni nervose delle gengive e delle guance, palato, retrobocca danno la misura del gusto, dell'acidità, del vigore e di tutte le doti o difetti che ho enumerato più sopra. Ma quando si sia definita la classe del vino, allora non bisogna indugiare troppo. Le ingenue ragazzole che centellinano sorso a sorso lo champagne, trattenendolo in bocca al punto da annegare le papille, quelle sono le più facili a perdere la tramontana. Il bere deve essere lento e continuo, quasi a formare sulla minor porzione di lingua un ruscelletto fluido e costante: meno si spande per la bocca e meno i vino ubriaca. Per contro, i bevitori ingordi si sborniano grossolanamente; ubriacarsi è quasi sempre disdicevole; inebbriarsi può essere bello ma è ben presto vietato agli abitudinari; bere, senza affogare il cervello è piacere sottile e raro, da veri specialisti.
Tutto questo ho imparato girando il mondo e soltanto il mio fegato può trovarci a ridire. (…).
Riconosco ad esempio che molte nostre vigne potrebbero dare di meglio: però in materia di rossi. I nostri bianchi sono qui per essere provati: in Italia hanno forse raggiunto lo standard più alto. (…)
Sul rosso ho idee altrettanto perentorie: si faccia migliore il buono e si lasci correre in pipeline verso Milano il rozzo pinard di coloro che, poveracci, bevono anche per nutrirsi. (…)
I francesi, che hanno saputo organizzarsi prima, impongono l'appellation controlée ai vini di certa classe. E tutto il resto chiamano genericamente pinard o beaujolais, che da noi, in Lombardia, sarebbe il nostrano o addirittura il "trani". Anche dei nostri vini dovremmo controllare il tono e la marca, e andarne a cercare i nomi antichi, senza più ricorrere a prestiti artificiosi. L'abbiano portata i migratori del cielo o della terra, la vite cresceva da noi otto secoli prima che i romani si affacciassero in Val Padana. Se può bastare questo a darci il diritto di essere noi stessi vediamo di non regalare nulla a nessuno, magari illudendoci di prendergli qualcosa!
pensate sia necessario aggiungere altro?
mercoledì 21 novembre 2007
ANNUNCIO VOBIS...
martedì 20 novembre 2007
sono fiero di voi
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